1. San Francisco
San Francisco è una città la cui magia è difficilmente comprensibile da chi non l'ha mai visitata, da chi la conosce solo attraverso i telefilm e non l'ha mai percorsa a piedi, da chi non si è mai seduto al tavolino di un caffè per ore senza ordinare nulla e senza che nessuno gli dica nulla. Non è comprensibile da chi non l'ha mai attraversata a piedi senza prendere un taxi, da chi non si è mai fermato a parlare con la gente sconosciuta come se fossero vecchi amici o con le donne al supermercato che ti fanno notare che l'ananas che hai scelto non è di prima qualità e ti spiegano il perchè.
Sono stato poco tempo a San Francisco ma quel poco è bastato per farmela amare come poche città al mondo. Questo curioso cocktail di Parigi, Shanghai, Dublino, New York, Milano e tante altre città tutte infilate in uno shaker e shakerate per bene ha prodotto una delle poche città al mondo che racchiude gran parte dei pregi e pochi difetti delle altre località.
Munito di sandali comodi, maglietta dei 49ers e jeans mi avvio ancora una volta lungo la Market street di buon mattino. Al Fisherman's Wahrf faccio colazione, poi trovo un banchetto di una donna dall'aria da indiana (d'america) che vende frutta. Le meraviglie del sole della California e dell'aria dell'oceano pacifico che si mescola a quella dei deserti si traducono in fragole grandi come albicocche, albicocche grandi come pesche e pesche grandi come meloni, tutte belle, carnose, dolci e squisite. Ne prendo un po' di tutte e me le gusto vagabondando senza una meta precisa ma soprattutto senza pensieri particolari. Ecco, una vacanza a San Francisco ti leva i pensieri, puoi fare quello che vuoi quando ti pare. Non è che dalle altre parti non si possa fare, ma qui l'aria che respiro, il clima, la gente, tutto l'insieme, insomma, mi sembra che mi autorizzi ad essere allegro e spensierato, quasi quasi sembra che me lo imponga.
A dire il vero una meta ce l'ho: Ghirardelli square. Non è che io sia goloso di cioccolato, ma quello di Ghirardelli è proprio buono... fragole e cioccolato! Da psicoanalisi!
Mentre sulla baia tira il solito vento frizzante, i gabbiani lo cavalcano abilmente superando senza problemi il breve tratto di mare che separa Alcatraz dalla città. Mi viene spontaneo pensare che anche Al Capone li avrà guardati molte volte da dietro le sbarre invidiandoli...
Anche il sax baritono è dotato di una carica magica che è difficile da descrivere a chi non ha mai provato a sentirlo suonare da vicino, a chi non mai provato a sentire il petto che vibra in accordo con i suoni bassi e avvolgenti del sax, a chi non l'ha mai preso un mano e sentito sotto le dita l'ottone lucido liscio e tiepido che sembra seta o la schiena vellutata di una donna. E' uno strumento difficile. E' difficile da suonare per la quantità di fiato che richiede, è difficile perché pur essendo uno strumento dal registro basso è molto agile e la tecnica per manovrare le chiavi non è tra le più semplici. E' difficile perché per quanto lo si suoni a basso volume, a cento metri di distanza ti sentono lo stesso e studiarlo vuol dire disturbare tutti i vicini dell'isolato. Ma quando impari a suonarlo bene è come se avessi a disposizione una bacchetta magica capace di evocare tutti gli stati d'animo, gioia, allegria, passione, rabbia, tristezza, sensualità, mistero.
E proprio un suono sensuale come le spire di un serpente che si svolgono lentamente mi raggiunge da molto lontano mentre sto gustandomi le fragole col cioccolato. Questo suono si insinua tra le note di una canzone di Sting che proviene da un locale li vicino, le disturba, non è la stessa musica. Poco dopo mi accorgo che in realtà è Sting che sta disturbando il saxofonista.
Ecco, ora un pensiero ce l'ho: voglio trovare chi suona il sax baritono.
Non è molto distante, dopo pochi minuti lo trovo appoggiato a un palo all'incrocio di una delle strade che scendono verso la baia. Non capisco bene se sta suonando per fatti suoi, perché ha voglia di suonare e il panorama della baia lo ispira, oppure se suona per racimolare un po' di dollari. In ogni caso visto che sta suonando e che qui nessuno si fa problemi né di suonare per strada né di fermarsi ad ascoltare chi suona per strada, e che soprattutto ho ancora la frutta e il cioccolato da finire, mi siedo nei paraggi e continuo il mio spuntino ascoltando il ragazzo che suona. Sta improvvisando ed è molto bravo anche se il carattere dell'improvvisazione sarebbe più adatto alle ore notturne più che al mattino. Ma poi la musica cambia, si evolve in continue variazioni e invenzioni, e vola. Vola sul cable car, sul golden gate, sul bay bridge, sulle barche a vela nella baia e dopo un'ora sono ancora li con altra gente che si è fermata come me ad ascoltare le note del sax. E' stato il giorno più divertente a San Francisco: fragole cioccolato e saxofono seduto su un marciapiede di fronte alla baia.
2. Chartres
C'è un filo che lega le varie città europee del medioevo e più tardi del rinascimento come tante perle di una collana. Sono i punti di sosta dei pellegrini, gli "ospedali", che in genere erano vicini o addirittura annessi alle chiese. Erano posizionati in modo che alla fine di una giornata di cammino il viandante trovasse un ricovero sicuro. Questo fino a quando non giungeva nella grande città dove ad accoglierlo c'era la maestosa cattedrale che si poteva scorgere da lontano grazie alle sue imponenti dimensioni.
Dopo aver girato per un mese la Francia e le sue campagne da Marsiglia a Le Havre e aver visitato alcune tra le più belle di queste cattedrali - quella di Auxerre mi è rimasta particolarmente impressa - giungo a Chartres.
La cattedrale è semideserta, pochi turisti si aggirano nella penombra tra le imponenti colonne che la sostengono. Dalle vetrate colorate la luce filtra debolmente, a volte un raggio di luce mette in risalto il pulviscolo e sembra la lama di una spada. L'atmosfera è solenne, le pietre sono lisce a causa delle migliaia di fedeli che le hanno calpestate e toccate, generazioni di contadini, cavalieri, pellegrini, nobili, soldati, operai, impiegati, turisti fino ai giorni nostri. Le statue guardano severe dall'alto dei loro piedestalli e sembrano lanciare moniti e minacce di dannazione eterna a chi non segue la retta via. Ai lati, vicino all'ingresso, le fiammelle di centinaia di candele accese danzano allegre seguendo gli spostamenti dell'aria.
La chiesa è molto lunga e avanzo lentamente tra le colonne osservando una parete laterale. Improvvisamente accade qualcosa. L'organo inizia a suonare e la musica invade prepotentemente la cattedrale svolazzando tra le colonne, le statue e le candele accese. Si insinua nelle cripte, nelle nicchie e nei passaggi segreti che sicuramente stanno sotto il pavimento e nelle pareti per raggiungere l'alto della chiesa.
Bach. Conosco bene questo preludio e fuga. Non c'è niente di meglio di Bach per rendere ancora più solenne una cattedrale. Bach, da buon protestante del XVII secolo, aveva una visione molto religiosa della musica, poche delle sue composizioni non erano associate a qualcosa di religioso ma composte solo per il gusto di fare musica. Dal momento che era difficile avere un organo in casa (alcuni organi hanno migliaia di canne) l'unico luogo dove poteva suonare era la chiesa dove, per ovvi motivi, non poteva comporre musica irriverente.
L'organista è molto bravo e la musica scorre liquida e travolgente. Mi trasporta pian piano in un'altra dimensione, in un'altra epoca. Quando uscirò di qui prenderò il mio cavallo e inizierò il mio viaggio in Terrasanta. Devo solo decidere che via prendere: potrei arrivare a Marsiglia e di là imbarcarmi alla volta del porto di Jaffa oppure intraprendere un lungo e pericoloso viaggio attraverso l'Europa meridionale, i Balcani e dirigermi verso Costantinopoli. E' ovvio che sceglierei la via di terra. Ci sono troppe cose da vedere, tante avventure da inseguire...
L'ultimo accordo sostenuto dal pedale basso dell'organo segna la fine del pezzo ma il suono continua ad echeggiare rimbalzando all'interno della chiesa finchè piano piano si dissolve come risucchiato verso l'esterno dalla luce delle vetrate. La cattedrale torna assorta nella penombra e nel silenzio ad osservare il lento trascorrere dei secoli.
3. Barbados
I velieri che attraversavano l'Atlantico rapinando brutalmente le coste dell'Africa occidentale non portavano in America solo una grande quantità di schiavi ma anche una varietà di culture, usanze, leggende, danze e musiche che non morivano una volta traslocate nei Caraibi, in Luisiana o in Brasile ma si evolvevano parallelamente a quelle dei più fortunati rimasti in Africa.
Uno dei risultati di questa evoluzione è la musica reggae.
Passeggiare sul St. Lawrence Gap alle porte di Bridgetown è molto piacevole. L'aria è calda, di quel calore che ti avvolge come una piacevole coperta di seta, viene dal mare e fa ondeggiare le chiome delle palme come capelli di sensuali ballerine esotiche. Le stelle si dondolano pigramente appese al cielo tropicale in cui passano continuamente grosse nuvole bianche che riflettono la pallida luce della luna che fra poco sorgerà. La gente passeggia tranquillamente su e giù per la via, sono tutti discendenti di quegli schiavi rapiti all'Africa uno o due secoli prima. Manca solo una cosa: un concerto reggae.
Ma il concerto c'è, siamo qui apposta per quello. Si svolge in uno spiazzo grande quanto un campo da calcio, in fondo c'è il palco e tutto attorno alla recinzione sono dislocati chioschi che preparano diversi tipi di pietanze e banchetti che vendono oggetti di vario genere.
Il pubblico al 99% è composto da neri, i pochi sparuti turisti bianchi spiccano come se un evidenziatore li avesse messi in risalto.
La musica comincia con uno spunto del batterista a cui il bassista risponde subito col tipico giro insistente del reggae. La gente inizia a muoversi al ritmo della musica. Si vede subito la differenza tra bianchi e neri, la stessa differenza che c'è quando il vento investe un giunco e un palo della luce. Come un palo della luce me ne sto quasi fermo in mezzo a tanti giunchi flessuosi. C'è gente di tutti i tipi, ragazzi con i capelli da rasta racchiusi nel berrettone variopinto, coppiette giovani, coppie anziane in cui generalmente lei pesa il triplo di lui, donne vestite stile via col vento con tanto di ombrellino e cappellino, ragazzi in gruppo, ragazze che si tengono per mano e ondeggiano al ritmo del reggae, gente che sgranocchia qualcosa, vecchietti con occhiali spessi come vetrine blindate e con pochi denti grandi come badili. Tutti canticchiano, seguono il ritmo, si muovono come se tutti assieme fossero un unico essere vivente. Sono tutti neri, tutti variopinti e tutti belli, il vecchietto e la ragazza, la donna da cento chili e la coppietta che si tiene per mano e ogni tanto si sbaciucchia. Hanno tutti gli occhi vivi e allegri. Sarà l'isola o l'aria dei caraibi o solo l'occasione del concerto ma ho la netta sensazione che la gente qui vive molto meglio che da noi! Il concerto prosegue e mi viene fame. Prendiamo posto a un chiosco e subito si siedono con noi altre persone che non conosciamo. Mangiamo parlando tutti insieme senza capire molto della discussione, beviamo birra e ascoltiamo la musica.
Ogni tanto ho bisogno di rendermi conto della situazione, mi guardo in giro come per avere una conferma e mi ripeto che non è un sogno: sono in uno dei posti più belli e incantevoli di tutto il pianeta in una calda notte tropicale e ascolto una musica che è lo spirito nero dei caraibi. C'è qualcosa di più perfetto?
4. Mombasa
La costa swahili è qualcosa di più di quello che normalmente vedono i turisti quando vengono in Kenya. Gli occhi distratti e spesso arroganti dei turisti europei che atterrano all'aeroporto Moi di Mombasa, quando ne escono in pullman per recarsi nei villaggi turistici di Malindi, Watamu, Kilifi, Diani Beach o Bamburi vedono solo lo stato di degrado della periferia di Mombasa, la discarica a cielo aperto di Bombolulu, gente che con vecchie Singer a pedale cuce i vestiti, venditori di frutta di dubbia qualità ed altri spettacoli meno edificanti.
E criticano.
E spesso non si rendono conto di essere in un posto che come storia e tradizioni ha poco da invidiare alla vecchia Europa. Non si rendono conto che dietro lo sguardo apparentemente vuoto e indifferente degli africani ci sono secoli di contatti con altri popoli, scambi commerciali, soprusi, guerre e invasioni durante le quali hanno sempre avuto la peggio. Arabi, persiani, portoghesi, cinesi, inglesi, tedeschi, indiani, americani ed altri popoli hanno visitato la costa orientale del continente africano sperando di trarne immensi profitti attratti principalmente dai tre grandi tesori di questa zona: oro, avorio e schiavi.
Già nei tempi antichi si pensava che questa fosse la porta di accesso per arrivare alle mitiche miniere di re Salomone, gli arabi e i persiani bazzicano da queste parti da più di un millennio, i portoghesi da 500 anni e ognuno ha rubato, depredato e ha lasciato la propria impronta piccola o grande che sia.
Il Mamba, oltre che un serpente poco raccomandabile, è anche una grossa discoteca poco fuori Mombasa che normalmente è frequentata da un sacco di gente della quale solo una parte ci va per puro divertimento. Molti hanno altri scopi, infatti all'ingresso i controlli sono abbastanza severi. La mia carissima amica Simonetta, esperta di africa e che da anni si divide tra Shanzu e Zanzibar, mi ha invitato per l'appunto al Mamba per una serata particolare. Essendo l'anniversario dell'apertura del locale questa sera c'è solo musica dal vivo. Si esibiscono solo gruppi locali che suonano solo musica tradizionale. La struttura della discoteca - all'aperto - ricorda un'arena romana, una specie di piccolo colosseo in cui la pista è in basso e la gente prende posto in tante gradinate concentriche che salgono come uno stadio. Dall'alto la vista comprende tutto il locale che è molto grande, a occhio potrebbe contenere tranquillamente più di mille persone. Tuttavia anche con una concentrazione tale di gente si respira grazie al monsone che in questa stagione spira dal mare.
La musica inizia, un gruppo solo di percussioni esegue alcune danze tradizionali con ritmi differenti secondo lo scopo della danza: guerra, raccolto o richieste di vario genere agli spiriti. La gente che assiste inizia a seguire il ritmo battendo le mani, chi conosce le parole canta. Altri gruppi si alternano, arrivano i Masai che saltano e si flettono emettendo l'aria dai polmoni con versi bassi e potenti. Un altro gruppo esegue un curioso abbinamento di melodie africane con accompagnamento in stile arabo.
Ad un certo punto della serata arrivano sul palco come in processione un folto gruppo di uomini, donne e bambini che si allineano diligentemente e iniziano a cantare in coro. Le voci maschili basse e calde sono divise in due gruppi, le donne cantano sottolineando il ritmo e i bambini intervengono nei punti opportuni. Il pubblico si zittisce. Il canto piano piano sale verso il cielo africano, non so cosa stiano dicendo ma è qualcosa di magico, inquietante e soave allo stesso tempo. Lentamente qualcuno del pubblico inizia a cantare, altri si aggiungono e ben presto tutto il Mamba canta con una potenza che atterrisce. Mi sembra di essere un intruso in mezzo a una cerimonia in cui non c'entro nulla. Ma nessuno si occupa di me e intanto il canto prosegue, sale vibrante come la spirale di un tornado, mi immagino che esca dal Mamba e arrivi nelle catapecchie di Bombolulu, attraversi il ponte di Nyali e arrivi a Mombasa e poi più in giù fino a Likoni e oltre.
Mi ricordo di un amico di Mombasa mi raccontava che suo bisnonno - o comunque uno dei suoi avi - e gran parte della sua famiglia erano stati catturati e venduti come schiavi in america, mi diceva che l'unica arma che avevano per sopravvivere quando li portavano sulla costa al mercato era di marciare cantando. Potrebbe essere un canto del genere? Forse questo è un canto come quelli intonati dalla misera fiumana di gente rapita alla propria terra? Potrebbe essere visto che la gente canta con una tale partecipazione e che nessuno mi spiega niente.
Mi rimbomba nella testa, mi scuote e mi emoziona. E quando finisce e la gente applaude come un temporale sento ancora il canto e lo sentirò ancora ogni volta che tornerò in Kenya o quando vorrei esserci, un potente canto di rabbia e speranza.
5. A Casa
Dietro casa mia inizia il bosco che sale verso la montagna. Nelle sere di fine maggio avviene uno spettacolo incredibile che dura solo pochi giorni. Migliaia di lucciole si alzano in volo e illuminano di una fioca luce irreale tutti i meandri del bosco. Passeggiare nel bosco in loro compagnia quando la luna è a metà del suo corso è una cosa suggestiva, sembra di essere in una favola, il bosco diventa un luogo intimo a lume di candela. E' allora che inizia il più bel concerto che si possa ascoltare: iniziano i grilli e le cavallette notturne, i pipistrelli lanciano brevi versetti ritmici, le volpi e i cervi si rispondono dalla montagna, le faine dalle frenetiche attività si fanno sentire ora qua e ora là. Gufi, civette e barbagianni partecipano al coro e il fruscio della brezza notturna completa l'orchestra e tutto il bosco canta in coro fino al tramonto della luna.
Ma chi abita in città non sa nulla di queste cose...