TSAVO
1976

Sicuramente ti è capitato di leggere negli occhi della tua donna o del tuo uomo un messaggio esplicito: "adesso ti salto addosso!", lo recepisci e ti si propaga un brividino caldo dalla punta dello sterno tutt'attorno.
Bene. Ora immagina di leggere lo stesso messaggio negli occhi profondi di una leonessa...


L'immenso Tsavo è probabilmente il più esteso parco di tutto il mondo coprendo una superficie di quasi 21.000 km quadrati. E' diviso in due dalla strada nazionale che da Mombasa conduce a Nairobi e le due parti vengono chiamate East Tsavo, più piccolo, e West Tsavo, immenso territorio che arriva al confine con la Tanzania e da cui nei giorni limpidi (rari) si può godere della vista del Kilimanjaro.

Per percorrere Tsavo con calma ci vogliono diversi giorni e normalmente il visitatore non è soddisfatto del giro perchè pensa di aver visto pochi animali. Quindi vengono preferiti altri parchi più rinomati come Masai Mara, Amboseli o la grande prateria del Serengeti. Il motivo è presto detto: a Tzavo è severamente proibito il fuoripista per conservare al massimo l'ambiente quindi l'animale se non è nei pressi della pista non lo vedi. Siccome l'animale non è una top model che ama farsi fotografare ma vuole anche lui la sua privacy, cerca di stare lontano dalle piste e dai conseguenti rompimenti di scatole da parte del turista il quale, (con le dovute eccezioni) essendo più bestia dell'animale, non capisce e si lamenta che a Tsavo si vede poco. Invece a Tsavo di fauna ce n'è e tanta. C'è probabilmente una delle più grandi popolazioni di elefanti di tutta l'Africa.

"Domani si parte per Tsavo, devo cercare di dormire perchè la sveglia è alle 4 meno 1/4!" Uffa, sono già le 2 e 1/2 e non ho ancora chiuso occhio, non vedrò un tubo, mi sembra già di avere il domopack sugli occhi dalla stanchezza!

L'ultima volta che ho visto la sveglia segnava le 2 e 35 poi mi sono addormentato e pochi minuti dopo qualcuno bussa alla porta. Le 3 e 45? ma come! di solito gli africani quando prendono un appuntamento applicano sempre quelle due/tre ore accademiche e l'unico africano puntuale come uno svizzero l'abbiamo beccato noi...
Meglio così.

Farid sarà la nostra guida, ci carica su un toyota verde militare con 1 miliardo di km sul contakm e, come la banda bassotti, nell'oscurità che precede l'aurora partiamo furtivamente.

Se volete fare un safari come si deve cercate di evitare quei tristi pulmini col tettuccio rialzato in cui si sta gomito a gomito in 8, 10 o anche 12 persone.
Questo lo dico per diversi motivi:
primo per una ragione pratica visto che nel pomeriggio la temperatura sale, sale sale...;
poi perchè non ti consentono di parlare agevolmente con la guida che potrebbe raccontarti cose interessanti;
da ultimo per un motivo... come dire... Romantico? Beh, fare un safari non vuol dire solo andare a vedere la fauna, per quello puoi andare anche allo zoo e trovi la tigre vicino all'orso polare e al puma. Fare un safari significa cogliere uno degli aspetti "romantici" dell'Africa, di un'Africa che sta tristemente e velocemente sparendo.
Ecco, per spiegarmi meglio, il massimo sarebbe fare un safari a cavallo come i boeri nel 1650 quando cominciavano ad esplorare il Sudafrica.
Safari vuol dire "viaggio", vuol dire sporcarsi con la terra rossa, assaggiarne il sapore, inciampare nei rovi, sentire il silenzio e annusare gli odori della savana...
E' triste pensare che forse un giorno tutto ciò non ci sarà più.
Quindi cercatevi un toyota o un land rover, una guida che vi dia affidamento (deve avere una sede, auto con la radio per comunicare, eventualmente il GPS, i vari permessi governativi, un programma preciso e anni di esperienza).
Pagatelo contrattando il giusto, spenderete sempre di meno rispetto a quelli organizzati dai villaggi e vi mostrerà l'Africa e soprattutto ad ogni metro vi racconterà cose meravigliose.

Dopo 5 km incappiamo in un posto di blocco della polizia. Con le torce ci ispezionano ma hanno più sonno di noi quindi rimuovono dalla strada la fascia chiodata e passiamo.

Può sembrare strano dire che il paesaggio diventa più selvaggio visto che già siamo partiti da un posto (Kilifi) semi rurale ma è proprio così.
Non capendo nulla di botanica non posso dirne il nome, ma grandi e maestosi alberi verdi lasciano il posto ai giganti dell'Africa, i baobab dal tronco spropositato e i rami scheletrici e alle acacie da cartolina al tramonto che in realtà sono brutte bestie per via di aguzzi pungiglioni lunghi vari centimetri.

Una cosa che noto appena ci avviciniamo a Tsavo è veramente curiosa: fa sempre più freddo e fino a mezzogiorno il clima è da maglione. Non siamo nel deserto dove la notte è gelida ma stiamo lasciando la costa più mite e l'interno sale di altitudine.

L'Africa ha alcune tipologie principali di territorio: si va dal deserto a dune (Sahara) alle praterie (Masai Mara) alla foresta (Zaire) ai ghiacciai (Mt. Kenya ecc.) al bush.
Il bush (boscaglia) è forse il posto meno suggestivo e spettacolare, è disordinato, un'alternanza di cespugli, alberi, radure e collinette rocciose. Il bush offre protezione a moltissimi piccoli erbivori (e di conseguenza ai loro predatori), ai grossi e pericolosi bufali ai maestosi elefanti ai miopi rinoceronti alle giraffe che pare si muovano al rallentatore.

Dopo aver fatto scorpacciate pantagrueliche di documentari eccoci di fronte alla fauna africana. Non è sempre così spettacolare, i primi incontri sono con piccolissime antilopi non più alte di 20 cm. i Dik dik.
Attorno ai cespugli gruppi di faraone zampettano come le galline cercando del cibo e ogni tanto si incontra qualche donna vecchia ma vecchia che probabilmente vecchia non lo è ma il fatto di vivere a 50 km dal posto abitato più vicino, in una capanna, cibandosi di... boh? e che verso le 5 di mattina è già in giro a raccogliere legna certamente non l'aiuta a mantenersi giovane.

Non siamo ancora arrivati all'ingresso del parco e già la strada, o meglio, la pista impegna sempre di più le sospensioni del toyota.
Siccome sopra al toyota ci sono anch'io mi domando come sarò questa sera. Farid comunque guida bene (cosa rara in un africano, penso che in Africa per prendere la patente devi sostenere un esame di teoria, uno di pratica e uno di fantasia al volante, già, perchè fanno dei numeri che per inventarli ci vorrebbe un coreografo!) dicevo che Farid guida bene infatti ogni tanto rallenta improvvisamente, io non vedo nulla ma lui mi fa notare il sasso, il ramo e altri ostacoli di varia natura.

La vicinanza con il parco ad un certo punto si annuncia con la presenza di un primo gruppo di babbuini i quali, chissà perchè, quando passi ti guardano scocciati e si grattano il sedere!! Ricambio la cortesia con una prima fotografia.

Dopo circa tre ore di macchina ecco l'ingresso di Tsavo. Un largo cancello con la guardiola del ranger e due rinoceronti di legno sulle porte. Il ranger africano ci da il benvenuto a Tsavo, ci fa sgranchire le gambe perchè per un bel pò non sarà più possibile, sbriga le formalità dell'ingresso e ci da il via libera.



L'Africa è violenta.
In ogni sua manifestazione sia negativa che positiva.
Non c'è momento o situazione della giornata in cui non si evidenzi questa particolare violenza.

E' violento il sole che sorge e che in pochi istanti lacera l'oscurità notturna, il profumo dell'erba, il profumo dei fiori, l'odore di copertoni bruciati e di immondizia in periferia, gli odori del mercato e dei gas di scarico, quel particolare intenso profumo di zafferano che a tratti si sente in campagna e non ho mai capito da che pianta derivi.
E' violento il sole di mezzogiorno, il monsone che allaga, devasta e uccide, la siccità che spacca la terra anche per anni, la fame con cui convive quotidianamente gran parte dell'Africa.
E' violento lo sguardo dei bambini che chiedono, la condizione delle donne spesso soggette a barbare usanze, la stolta rassegnazione degli uomini, l'ottusità di certi governi e la volontà dei paesi ricchi di sfruttare o isolare quelli poveri.
E' violento l'attacco febbrile della malaria, è violenta la sete ed è violento il sibilo della vipera soffiante.
E poi c'è il tramonto. Il tramonto rosso sangue che ti ferisce la vista con gli ultimi raggi bassi sull'orizzonte. Un altro giorno è finito ed ora inizia la notte... violenta notte africana.
Come si fa a non amare un paese così! In Africa anche le emozioni e le passioni sono violente.

Ed anche la prima impressione che provo entrando a Tsavo è violenta. Non sono ancora risalito sul toyota, sotto lo sguardo perplesso del ranger mi addentro a piedi di qualche metro come per sfidare la selvaggia natura africana. Mi fermo a una decina di metri in mezzo alla pista rossa. La pista è lunghissima, si snoda lievemente in discesa verso l'interno del parco, verso l'immensità di Tsavo. Monto il grandangolo, mi sdraio per terra e faccio una foto. Il risultato cartaceo non sarà per nulla eccezionale ma quello che mi ricordo sì. Stando sdraiato non vedo la macchina, mi sembra di essere da solo. Ecco, una cosa che capirò molto dopo è che il safari deve essere concepito come se si fosse da soli, da soli tra una natura apparentemente ostile ma che per almeno tre milioni di anni è stata la nostra natura.

Guardando la pista che si addentra sempre più mi sembra di essere all'ingresso di una cattedrale gotica del nord Europa in cui, varcata la soglia, ci si trova un'atmosfera velata ed antica, un insieme di mistico e misterioso.
Mi scuoto, risalgo sulla macchina e partiamo.

Non è possibile descrivere un safari come se fosse un giro a Londra in cui vedi prima questo e poi quello (anche perchè molti dei luoghi hanno nomi impronunciabili). Si tratta di una serie di incontri e di osservazioni.

La prima osservazione che faccio è che all'inizio Tsavo è proprio bruttino, non è una grande distesa di prateria con acacie e mandrie di gnu e zebre. E' brullo, arido e i cespugli sono rinsecchiti. E poi fa un freddo... Però è solo la prima impressione.

In realtà, a causa dell'enorme estensione del parco, il territorio che si presenta è diverso man mano che si procede. Si parte con un tipico bush arido e insignificante per poi incontrare tratti di prateria subito interrotti da spettrali colline laviche che sembrano un paesaggio lunare. Poi altri tratti di tipica savana. Terra rossa (quella sempre presente), vento, ogni tanto qualche corso d'acqua. La presenza dell'acqua viene segnalata a distanza dalla vegetazione che ai suoi bordi cresce più verde. Anzi, direi che l'unica vegetazione verde è proprio in corrispondenza dell'acqua. Il tutto sovrastato da un cielo di un azzurro impertinente e perennemente invaso da nuvolette bianche.

Procedendo lungo la pista iniziano gli incontri: piccoli gruppi di impala e di antilopi, zebre, famigliole di facoceri con prole che sembrano sui pattini a rotelle da come si muovono. Tutti con il codino puntato per aria. Facciamo alcuni km prima di fare un incontro significativo. Poi Farid arresta la macchina. "Elefanti" dice semplicemente e si ferma ad aspettare. Poco dopo inizia ad attraversare la pista un'interminabile colonna di pachidermi, di elefanti... ROSSI. Guardo Farid che ridacchia e mi spiega una cosa ovvia. Gli elefanti sono del colore di tutti gli elefanti, solo che hanno l'abitudine di spruzzarsi addosso la polvere per proteggersi dai parassiti. Essendoci esclusivamente terra rossa va da sè che diventano rossi.

Non siamo molto vicini - non sarebbe prudente avvicinarsi di più, se caricano dovremmo scappare in retro... - ma abbastanza per cogliere il loro sguardo. Hanno occhi lucidi, espressivi e... mi vien da dire saggi. I piccoli sembrano di gomma, la loro proboscide, ancora poco controllata, balza disordinatamente a destra e a sinistra. Il branco mi sembra notevole, saranno sicuramente un centinaio, forse di più. Camminano con molta calma (meno male) ma la zona è cosparsa di grossi cespugli quindi non si capisce quando la colonna terminerà. E poi viaggiano a gruppi, quando sembra che siano finiti sbuca un altro gruppo.

I piedi di un elefante adulto sono impressionanti, quando tutti sono passati ci fermiamo a guardare le impronte lasciate sulla terra, sono enormi. E, se vogliamo scendere nei dettagli, sono enormi anche gli escrementi che si lasciano dietro...

Un'unica triste annotazione: gli elefanti sopravvissuti alle stragi dei bracconieri a Tsavo sono circa 7.000, non c'era in tutto il branco un individuo anziano. Lo si capiva dalla dimensione delle zanne. Probabilmente saranno in bella mostra in qualche salotto di Hong Kong o di New York. Ma potrebbero anche essere a Milano...

Procediamo. Il freddo inizia a diminuire, su un albero scheletrico sono appollaiati alcuni avvoltoi, attendono che il sole provochi le correnti ascensionali per poter spiccare il volo. Io sono seduto fuori dal tetto del toyota e loro mi guardano. (staranno valutando le mie condizioni fisiche?) Sono uguali a quelli di certi cartoni di Walt Disney, collo privo di piume, testa bassa e sguardo cattivello. Immancabili sono i termitai, vere cattedrali in miniatura, alti anche più di un metro e meta ambita per alcuni animali stravaganti come l'oritteropo, animale scavatore con il muso lungo tipo formichiere e le orecchie da lepre che si fa scorpacciate di termiti.

Sempre appollaiato sul tetto della macchina noto che Farid si accosta ad una serie ci cespugli e rallenta sempre più. Lori, la mia compagna di avventure e di vita, che non è ancora emersa del tutto, sente l'avviso di Farid "leoni" e mi avverte ma io non vedo ancora nulla.

Poi li vedo. Due leonesse pigramente sdraiate vicino ad un cespuglio che si guardano intorno. Farid ormai è quasi fermo... ma non ancora. Ma cosa fa? non si è accorto che sono seduto fuori? si avvicina sempre di più? siamo a meno di dieci metri!

Prudentemente infilo i piedi nel buco del tettuccio ma rimango comunque seduto fuori. Farid sadicamente si avvicina.
Ormai l'abbiamo sentita fino alla nausea la frasetta in swahili "akuna matata" "non c'è problema".
Sì, ma qui il problema ci sarà fra poco se non ti fermi.

Cerco un appoggio ma i piedi penzolano all'interno della macchina. Lori invece è fuori fino ai gomiti ma saldamente in piedi sul sedile posteriore. Finalmente Farid ferma la macchina a tre metri dalle leonesse e ripete, ma questa volta a voce bassa "akuna matata, però state zitti!". Mentre guardo le leonesse dal cespuglio ne sbuca una terza meno pigra delle altre due e d'improvviso si ferma, mi fissa e si mette a sedere. Mi fissa ed io con la macchina fotografica in mano non mi muovo ma la fisso a mia volta.

Trascorrono pochissimi secondi durante i quali sono quasi ipnotizzato dalla profondità del suo sguardo. Questi occhi gialli, rotondi e curiosi sono magnetici, quasi sensuali. Chiunque possieda un gatto avrà provato a fissarlo in quei momenti in cui ha lo sguardo attento del cacciatore e sa che non deve fare mosse brusche altrimenti rischia una bel graffio. Improvvisamente una serie di impercettibili segnali: lo sguardo cambia, le pupille rimpiccioliscono lievemente, le orecchie si abbassano ed i muscoli della schiena si contraggono. Capisco che sta per saltare, infastidita dalla nostra presenza e dal fatto che anch'io la fissavo insistentemente. Grave errore. Mai guardare un animale fisso negli occhi, significa che si è interessati a lui e costituisce un atto di sfida. Mai provato quella sensazione quando qualcuno che non conosci ti fissa? Non sembra una provocazione?

Farid, abituato a queste situazioni, si è già accorto e riparte senza fretta mentre io in un millesimo di secondo sono già all'interno del toyota e il balzo della leonessa muore sul nascere. Mi sento un pò pallido... Più avanti, ma ad una distanza diversa, avrò modo di vedere gli occhi del leone maschio.



Nel 1898, nel mese di marzo, iniziò la costruzione del ponte ferroviario sul fiume Tsavo. Nei primi nove mesi di lavoro due leoni maschi sbranarono circa 140 operai. Nel mese di dicembre fu ucciso il primo dei due leoni, era lungo tre metri dal naso alla coda. Tre settimane più tardi anche il secondo fu abbattuto. Non si conosce il motivo per cui i due leoni iniziarono a nutrirsi di carne umana. Una delle ipotesi è che l'epidemia di peste bovina del 1890 proveniente dagli allevamenti del nord aveva provocato milioni di vittime tra gli erbivori riducendo alla fame i carnivori. L'epidemia del 1890 arrivò fino in Sudafrica decimando la popolazione di ebivori sia selvaggi che domestici e provocando il fallimento di numerosi allevatori. Oggi a Tsavo i ranger sono convinti che la maggior parte dei leoni presenti siano i diretti discendenti dei due mangiatori d'uomini.



Uno degli esseri più curiosi della savana è lo struzzo. Non ce ne sono molti a Tsavo però hanno delle nidiate molto numerose. Farid ci racconta che quando due famiglie con prole si incontrano casualmente, nasce una discussione fra le due femmine mentre le due nidiate si riuniscono mescolandosi per assistere al litigio. La femmina che risulta vincente, quindi con più probabilità di proteggere la prole, si accaparra pulcini e maschio e se ne va. Non ho avuto modo di verificare questa strana usanza però, vista l'abbondanza di pulcini in dotazione alle coppie che ho incrociato, suppongo che potrebbe essere vero.

La prima sosta con possibilità di scendere dalla macchina è in prossimità di una grossa pozza d'acqua in cui ci sono un paio di capanne, possibilità di sedersi, soddisfare le proprie necessità e fare due passi. Ma solo due perchè dall'altra parte della pozza ci sono alcuni fra gli animali più pericolosi che si possano incontrare.

Il bufalo in se stesso non sarebbe così pericoloso per l'uomo se non venisse sottovalutato, si pensa di avere a che fare con una grossa mucca e, in quanto erbivoro che motivo avrebbe di essere aggressivo? Invece chi abita in quei luoghi di motivi per essere aggressivo ne ha da vendere. Sono tante le persone che sono state uccise dal bufalo per semplice imprudenza. Più che dai carnivori.
Immagina un toro, moltiplicalo per due sia per dimensione che per cattiveria, aggiungi il fatto che, vedendoci poco, per lui ogni cosa che si muove potrebbe essere una minaccia e quindi da caricare. Inoltre il bufalo una volta ferito cerca in ogni modo di vendicarsi ed è di un'agilità incredibile per un animale di quelle dimensioni. Quindi è più prudente evitarlo.

Il Voi lodge è un brutto posto. Anzi il posto sarebbe molto bello se non vi avessero costruito un orrendo ristorante. Però - fortunatamente - a Tsavo il fuori pista è severamente vietato e di conseguenza l'unica possibilità di rifocillarsi è di fermarsi un una di queste strutture apposite, pena multe salatissime. Meglio un posto brutto che tutti gli avanzi dei picnic sparsi per la savana!
Il Voi lodge è frequentato dai topi.
Che schifo!
Topi più grandi di un gatto!
Pantegane enormi!
Non mi ricordo che nome hanno, mi pare che siano procavie, non sono comunque topi anche se gli assomigliano molto e non sono schifosi, fatto sta che all'esterno ci sono questi enormi roditori, grandi all'incirca come un grosso gatto, che usano appisolarsi sui sassi oppure sui rami bassi degli alberi circostanti. Non sono pericolosi a meno che uno non tenti di avvicinarsi. Con i denti che hanno se vengono infastiditi sono capaci di tranciare un dito della mano!

La seconda scena che ci si presenta è uno dei cuochi che esce di corsa urlando dalla cucina con in mano un coltello. E' furibondo e sta inseguendo un babbuino che si è introdotto e ha rubato una torta. La scimmia esce correndo e quando si ferma viene attorniato dai suoi colleghi che gli danno man forte per difendere il malloppo. Non è prudente ingaggiare una rissa con un babbuino, ha dei canini che fanno concorrenza ad un lupo tanto che una coppia di maschi riesce a tener testa ad un leopardo. Il cuoco lo sa e quindi si limita alle invettive poi rientra in cucina sempre brontolando e agitando il coltello.

Dietro al Voi lodge c'è una collina sassosa che starebbe meglio nel Texas. Con non poco stupore noto che è costellata di elefanti. Chissà cosa ci fanno in un posto così poco... elefantesco!
Davanti al lodge invece c'è uno degli spettacoli più belli di Tsavo. L'immensa savana rossa. Una distesa sconfinata che si perde all'orizzone, strisce di colore ora rosso per la terra ora verdastro per la vegetazione e sfumanti in fondo verso l'azzurro del cielo.
All'inizio una fascia spoglia con due grosse pozze dove a turno si abbeverano zebre ed elefanti, poi inizia una fascia di alberi sotto cui staziona una nera mandria di bufali. Più in fondo la vegetazione si dirada e si intravvedono altri elefanti poi tutto si confonde nell'infinita pianura che guarda verso ovest.
Là in fondo, molto molto in fondo, c'è Masai Mara.



Se gli occhi sono lo specchio dell'anima, guardando una giraffa negli occhi si intuisce subito che tipo di carattere possiede. Superati gli inconvenienti tecnici (per quanto vicini si possa essere alla giraffa, i suoi occhi sono sempre a circa 5 metri di distanza) per mezzo dell'indispensabile binocolo si può guardare la giraffa negli occhi. La giraffa di cui sto parlando l'ho vista dopo una curva accovacciata nell'erba alta. Farid ferma la macchina a una decina di metri dalla giraffa. Lori prende il binocolo e la guarda. Noto che rimane affascinata e non stacca lo sguardo dalla sua faccia. Dopo un pò mi approprio del binocolo e guardo.

Vedo due occhi grandi, liquidi, trasognati, con ciglia lunghissime e girate all'insù, ingenui. Le palpebre si muovono lentamente. Mi guarda distrattamente continuando a ruminare e ogni tanto lascia uscire la lingua violacea che sembra un salsicciotto. Nascere giraffa presenta dei vantaggi ma anche grossi inconvenienti. Il piccolo della giraffa non viene al mondo. Si tuffa nel mondo. Eh sì, la giraffa partorisce in piedi e la prima cosa che deve fare il piccino è un bel tuffo di almeno due metri prima di toccare terra. Poi durante la vita deve combattere contro la sua stessa struttura che la obbliga a bere in posizioni improbabili, a non potersi sdraiare mai e a fare i conti con la pressione sanguigna (la forza di gravità attirerebbe tutto il sangue agli zoccoli se non avesse un cuore forte in grado di affrontare un dislivello di 5/6 metri per pompare il sangue al cervello ed evitare che poi scenda in caduta libera) quando smette di bere porta il cervello alla massima altezza. Mai provato ad alzarti bruscamente e avvertire un giramento di testa? Solo per un metro e 70 di dislivello! La testa della giraffa è come se fosse al secondo piano (5/6 metri)! In compenso ha pochi nemici in virtù del suo peso e del fatto che possiede forti zoccoli di 30 cm di diametro che distruggerebbero anche le mandibole di un leone con un calcio. Con molta grazia la giraffa si alza (sembra una scena al rallentatore) e inizia a dirigersi altrove lontano da noi.

La savana (ma anche il bosco dietro casa) è un libro aperto. Bisogna saperlo leggere. Fornisce segnali del passaggio degli animali in continuazione. Le impronte sono i segnali più volatili a meno che non abbia appena piovuto. I segnali più evidenti sono quelli visivi (ciuffi di pelo su un cespuglio, unghiate su un tronco ecc.) ma i principali sono quelli olfattivi. Dopo un pò si impara a riconoscere l'odore dell'elefante, quello del bufalo e quello dei carnivori. E' un pò come quando si va in campagna e si capisce che nei paraggi ci sono mucche piuttosto che cavalli.... La presenza nei dintorni di un gruppo di leoni la si può intuire anche dall'odore ammoniacale che i maschi lasciano sui cespugli.

Nel calore pomeridiano (siamo arrivati a 35 gradi) giungiamo pigramente in un punto in cui la pista sale lievemente e in cima all'altura forma una curva verso destra di 90°. A sinistra una valletta poco profonda, circa 8/10 metri, sul fondo il letto di un fiume in secca e dall'altro lato a una trentina di metri da me eccolo! Il re degli animali! Un bel leone maschio!

Sta camminando parallelamente al letto del fiume, prendo il binocolo e lo studio. La prima cosa che mi impressiona è il senso di prestanza e di potenza che diffonde. Poi la dimensione delle zampe anteriori, ben più grosse di quelle della leonessa. Si ferma e guarda verso la macchina. Lo sto inquadrando proprio in faccia. Respira a bocca aperta per il caldo e mi mostra due paia di canini preoccupanti, soprattutto quelli superiori. Ma la cosa affascinante è lo sguardo, gli occhi gialli e rotondi, profondi, un po’ sornioni ma vigili, non ammettono repliche.

Cosa si può provare ad incontrarlo a piedi senza il toyota? Cerco di immedesimarmi; avevo conosciuto uno a Mombasa che mi diceva che quando viveva con la sua gente dovevano uscire di notte per proteggere il bestiame se i leoni si facevano troppo insistenti. Già sono intimorito a trenta metri con la macchina e tutto il resto, figuriamoci a vedere questi occhi alla luce tremolante delle fiaccole e armato di lancia...

Ma il re della foresta ha un comportamento ben poco regale. Trascorre almeno 20 ore al giorno nell'ozio più assoluto. Quando non ozia controlla i confini del suo territorio e aspetta che le leonesse vadano a caccia e rischiando la vita procurino il cibo. Sì, la leonessa rischia la vita ogni volta che si avvicina a qualsiasi essere della savana. Per vivere lì non bisogna essere teneri altrimenti non si sopravvive. Ci sono molti incontri fortuiti che possono rivelarsi fatali per una leonessa. Il cobra che sputa il veleno, la vipera del Gabon, l'istrice (ci sono leoni che solamente per aver annusato un istrice troppo da vicino si sono riempiti il muso di aculei), lo stallone della zebra che con un morso staccherebbe un braccio ad un uomo e con un calcio frantuma le costole dell'aggressore. Un predatore azzoppato da un calcio è un animale finito. Una cosa affascinante, dire forse che è l'anima del bush africano, è il richiamo ritmico del leone. Una specie di uuuuhh uuuuhh lievemente rauco che si sente a grandi distante e ti fa rabbrividire dolcemente (se sai di essere al riparo) e, soprattutto udito da lontano verso l'ora del tramonto, ti fa innamorare del bush. Non è un segnale di caccia, non è minaccioso, serve per comunicare con i membri del branco. Dopo qualche uuuuhh uuuuhh sbucano alcune leonesse con quattro piccoli traballanti e il gruppo si riunisce e si saluta a colpi di muso.

Prendiamo un'aquila, gli mettiamo le zampe di un trampoliere e le penne di Toro Seduto sulla nuca ed otteniamo un serpentario. Questo strano uccello è molto frequente da queste parti e si nutre di serpenti. L'altezza dal suolo gli consente un raggio visivo più ampio e la lunghezza delle zampe unita agli artigli che possiede gli permette di uccidere i serpenti che trova calpestandoli.

La pista inizia a salire, stiamo per uscitre da Tsavo est e ci stiamo avvicinando alla prima sosta per la notte. Un bellissimo campo attrezzato in riva ad un laghetto (una grande pozza) in cui si dormirà in tenda. La prima cosa che ci viene offerta all'arrivo è una salvietta di spugna bagnata e calda. Come sull'aereo. Appena sento il contatto mi accorgo di essere impolverato fino al midollo osseo. La polvere rossa è arrivata in ogni punto, anche nella macchina fotografica e all'interno dell'orologio subacqueo. Ci vuole una doccia, un inserviente del campo ci porta alla tenda, fuori c'è la doccia che è costituita da un sacco di pelle riempito d'acqua. Con una fune si alza il sacco sul traliccio e con un'altra si apre il rubinetto. L'imperativo ovvio è non sprecare acqua. Il sacco deve servire per tutti e due, poi non ce n'è più.

Lavati e rinfrescati iniziamo una breve perlustrazione del campo. Spensierati come la vispa Teresa e mano nella mano ci avviciniamo al laghetto per fare due passi romantici nel tramonto africano inebriati dal profumo dei fiori e del venticello serale. Subito due vigili mani nere e possenti ci bloccano e, con un sorrisetto il tipo ci avvisa di non fare mai più un'imprudenza del genere. Che laghetto sarebbe senza coccodrilli? La competizione in Africa è normale, anche in un romantico laghetto ci sono due inquilini che mal si tollerano. Coccodrilli e ippopotami condividono lo stesso habitat ma non si sopportano proprio. Se a questo aggiungiamo che mamma ippo ha partorito proprio nel pomeriggio. Non si può dire "se arrivavamo prima..." perchè comunque non avremmo visto niente, ora però col binocolo (anche se il laghetto è largo solo una ventina di metri) si vede un bel maialetto non proprio roseo ma con tutte le caratteristiche del neonato (tra cui la carne tenera) che sguazza vicino alla mamma. I coccodrilli apprezzerebbero il nuovo venuto e per questa ragione la madre è attenta e alquanto irascibile.

Ad un tratto un verso stridulo rompe l'aria e una aquila pescatrice arriva maestosa e rapida come il pensiero ad agguantare un pesce che si è avvicinato troppo alla superficie.

La picchiata dell'aquila è eccezionale, farebbe impallidire qualsiasi aereo da guerra. Pur essendo enorme ha un'agilità e una capacità di cambiare rotta che lascia sbalorditi. Il tutto avviene in pochi secondi. La foto che ho tentato di fare sembra fatta da un'auto in corsa. Al culmine della picchiata supera i 200 km/ora.

Nei minuti che precedono il risveglio uno strano rumore non proprio ritmico si fa sempre più insistente obbligandomi ad alzarmi e a uscire dalla tenda per vedere di cosa si tratta.
Clak clak clak...
Ma chi è che picchia a quest'ora!! Sono le sei meno dieci!!!
Guardo per aria e vedo sugli alberi sopra la tenda una colonia di marabù che svolazzano e chiudendo di scatto il becco producono questo rumore. Alcuni camminano tranquillamente tra le tende in cerca di qualche cosa da mangiare. Non si lasciano avvicinare troppo, però fino ad un paio di metri si fidano. Sono alti circa un metro, becco molto lungo e una strana sacca in corrispondenza del gozzo. L'espressione è buffa, ricordano un vecchietto ultracentenario per via delle rughe che contornano la testa pelata, gli occhi sono vispi e attenti. Non appena ci si avvicina troppo salterellano più in la aprendo le ampie ali e muovendo l'aria. Sono ventilatori naturali.

La luce dell'alba africana scaccia in fretta l'oscurità della notte e tinge il paesaggio circostante prima di rosa poi di arancione e infine del colore naturale del giorno. Ci sono alcuni minuti quando il sole sta sorgendo in cui la luce è più calda che in qualsiasi altro momento del giorno. Dopo la notte ci si lascia cullare dal primo raggio del sole e da questa calda luce color rame che inonda i cespugli e gli alberi del bush e ti avvolge come una morbida coperta.

Dopo una buona colazione che c'è di meglio di un bel giretto a piedi nella savana emulando Dennis Finch Hatton. Non siamo nel parco ma nella striscia tra Tsavo est e ovest in cui si può circolare a piedi con le dovute precauzioni. Nel nostro caso sono rappresentate da un ranger armato e da un cercatore di tracce. Ci salutiamo e noto subito lo strabismo del cercatore (non mi ricordo più il suo nome però ho una sua foto). Le considerazioni mentali sul cercatore strabico sono intuibili!! Comunque, calzati gli anfibi e indossato il cappello ci incamminiamo.

Il cercatore procede davanti a noi e comincia a segnalare qualche cosa.
"Qui questa notte è passato un ippopotamo"
"Ah si?..." (non vediamo nulla)
Capisce, e col bastone ci indica i contorni dell'orma. Un ovale largo una spanna abbondante con altri cerchi in corrispondenza delle dita. L'impronta assume una forma riconoscibile. Comincio a sospettare che il suo occhio buono veda meglio dei nostri messi assieme.

E così passa in rassegna impala, gazzelle, bufali e tutti quelli che sono passati durante la notte che hanno lasciato impronte o ciuffi di pelo sui cespugli.

Da buone giovani marmotte apprendiste cerchiamo di anticiparlo chiedendogli conferma.
"impala?"
"no antilope, è più larga"
"zebra?"
"no bufalo, bisogna stare attenti"
"ippopotamo"
"si, è sempre lo stesso di prima..."
"e questa che impronta è?"
"scarpa" risponde con sufficienza
"scarpa???"
mi indica il ranger che nel frattempo ci ha superati. Guardo meglio. Oh cavolo, è proprio un tacco!!
Per evitare altre figure non dico più nulla...

Non finirò mai di stupirmi per l'odore della savana. Ad ogni metro cambia ma è sempre un miscuglio di odori selvatici, ti mantiene in costante attenzione, il venticello rivela tante presenze invisibili all'occhio. Magari sono dietro al cespuglio e magari sono molto lontane. Ad un naso abituato porta anche l'odore dell'acqua. L'acqua ha un suo odore particolare, da noi si sente bene quando si passa vicino ad un orto appena annaffiato oppure nei primi momenti in cui scoppia un temporale. Mi accorgo che stiamo avvicinandoci all'acqua dall'odore del fango e da quella particolare sensazione di aria umida che col calore del sole diventa palpabile.

Eccoci arrivati vicino a un'ansa di un corso d'acqua. L'acqua è verdastra, la superficie è letteralmente invasa da zanzare e libellule. Le zanzare sono sicuramente anophele, potrebbero trasmettere la malaria. Sono proprio tante! Nell'incertezza (anophele o no) preferisco non rischiare e mi fermo a qualche metro dall'acqua. L'ansa è popolata da un gruppo di ippopotami che ci guardano intimandoci di non avvicinarsi troppo.

E' facile valutare male una situazione solo per la prima impressione che si riceve. Eppure mietono più vittime umane bufali e ippopotami di tutti gli altri animali africani. Guardando un ippopotamo non si direbbe che è pericoloso. L'aria pacifica e grassottella non deve ingannare! Ha zanne impressionanti, una bocca capace di spezzare un uomo in due con un morso ed un'agilità insospettabile. E, come gran parte degli animali selvatici, ha un caratterino poco raccomandabile.

Per il momento però sembrano tranquilli, le loro buffe orecchie si muovono in continuazione per allontanare gli insetti e continuano ad immergersi ed affiorare quasi senza rumore.

Il cercatore decide che bisogna proseguire, quindi abbandoniamo l'acqua e continuiamo a camminare tra i cespugli. Dopo un pò ci fa segno di stare in silenzio, si sporge piano da un cespuglio e ci indica due enormi figure nere. Sono due bufali, e sono rivolti verso di noi. Probabilmente hanno sentito qualche rumore ma non hanno ancora deciso cosa fare. Sono abbastanza lontani ma si sentono distintamente i loro sonori sbuffi. Il bufalo è pericoloso perchè carica in silenzio. Quando te ne accorgi è troppo tardi. Non da segnali. L'elefante allarga le orecchie, il leone ruggisce e abbassa le orecchie, il bufalo no. Parte silenzioso e veloce e ti piomba addosso con tutta la ferocia che lo anima. Cambiamo direzione e proseguiamo il giro. Arriviamo in uno spazio aperto, non è più bush con cespugli, è un tratto di savana con tanto di acacie e in fondo si intravede il gigante dell'Africa. Anche se l'afa offusca la visuale davanti a noi si distingue l'imponente sagoma del Kilimanjaro!

Solo qualche anno più tardi (dicembre 99) avrò una visione bellissima dei suoi quasi 6.000 metri, alle 6 di mattina l'aereo sta puntando verso sud, dagli oblò di sinistra penetra la luce di un'alba prepotente e a destra (il mio oblò) vedo, di sotto, il territorio di Tsavo, Amboseli e in fondo Masai Mara. Quando l'aereo vira verso est per dirigersi su Mombasa il comandante (Goran di Belgrado che pochi giorni più tardi diventerà mio amico e mi racconterà molte cose sulla guerra in Yugoslavia) avvisa di guardare il Kilimanjaro a ovest. E' immenso, solenne come una cattedrale e illuminato dell'oro dei primi raggi di sole che si riflettono sulla neve. Scorre lentamente davanti all'oblò, solo poco più in basso. Non poteva iniziare meglio il mio ultimo giro in Africa!

Il giro a piedi è arrivato al culmine e bisogna ritornare verso il campo. Camminando in questo paesaggio mi vengono in mente i nostri antenati che 3 milioni di anni fa iniziarono a calcare proprio queste zone con l'andatura bipede. Poco lontano intanto un branco di gazzelle sfreccia galoppando spaventato chissà da cosa (gulp!) però il ranger guarda e non mostra alcuna apprensione. Incrociamo vari tipi di uccelli acquatici altri erbivori e sentiamo sempre più insistenti dei borbottii inequivocabili che segnalano l'ora di pranzo!

C'è una zona di Tsavo, Chyullu hills, per andare verso Mzima Springs che rievoca paesaggi antichissimi e cataclismi preistorici. Il tempo si è fermato a 4 milioni di anni fa. La lava sputata dal vulcano si è solidificata in grossi massi e non si è più mossa. Silenzio, desolazione assoluta rotta qua e la da qualche misero arbusto e qualche sparuto drappello di zebre.
Ma sotto questo paesaggio lunare scorre per 50 km un bene preziosissimo. L'acqua.

Arriviamo a Mzima springs dove c'è un lago alimentato dalle acque di Chyullu hills, acqua limpidissima filtrata dal sottosuolo lavico, fresca e in abbondanza. In questo laghetto c'è una stanzetta subacquea a cui si accede scendendo una scala. Giunti nella stanza sotto il livello dell'acqua si può curiosare la vita acquatica attraverso vari oblò. L'acqua limpida consente una visuale abbastanza estesa e si possono vedere grossi pesci simili alla nostra carpa, tartarughe, ippopotami che letteralmente camminano e corrono sul fondo e, se si è fortunati, anche coccodrilli. Io non ne ho visti in immersione, solo alcuni pigramente sdraiati al sole. La presenza di acqua favorisce la crescita di tanti alberi i quali, a loro volta, fungono da rifugio per moltissime specie di volatili.

Uno degli spettacoli più curiosi è dato dal tessitore intento alla manutenzione del nido. Il tessitore è un uccelletto giallo, poco più grande di un passero che costruisce il nido come se stesse tessendo una tela. Raccoglie fili d'erba (ma ne ho visti alcuni strappare sottili strisce di foglie di palma) con i quali tesse il nido con un'abilità da alta sartoria. Il nido nasce con qualche filo d'erba annodato attorno ad un ramo e da lì nasce la costruzione che a volta raggiunge dimensioni ragguardevoli. Tutto il lavoro lo fa il maschio mentre la femmina guarda le varie costruzioni e sceglie il compagno in base alla comodità e solidità della sua abitazione. Ovviamente la villa con vista e aria condizionata è sempre preferita alla casetta piccola e modesta, come dire che il tessitore proletario ha poche possibilità di metter su famiglia.

Torna la sera e un altro giorno muore velocemente come è nato affogando nel rosso sanguigno del tramonto. Tsavo è grande. E' grande quasi come il Belgio, non sono riuscito a vedere tutto ciò che offre, anzi, direi solo una minima parte ma c'è tempo. Ora bisogna pensare a proteggersi dagli attacchi notturni delle zanzare, bisogna accendere il vecchio zampirone (non ho mai capito se funziona ma comunque male non fa) e spegnere la luce da campo. Sullo spiazzo vicino al laghetto il grosso ceppo che ha alimentato il falò su cui abbiamo cotto la carne e che ci ha riscaldati si è consumato ed è rimasto un mucchietto di brace rossa che fra poco si spegnerà. Occhi curiosi verranno anche questa notte ad aggirarsi silenziosi tra le tende...






Dopo venti minuti che cerco finalmente trovo un posto per la macchina, posteggio e scendo. Un vento gelido mi colpisce in faccia come una sberla, guardo il termometro sull'edificio. Segna sette gradi sotto zero. Mi avvio camminando in fretta verso il centro commerciale e mi sento spaesato. Guardo le facce della gente. Sono bianche, preoccupate, pensierose e stressate. Com'è tutto diverso qui a Milano, com'è tutto più assurdo! Nel supermercato ci sono metri di scaffali con lo stesso prodotto, trovi tutto, compri tutto, anche (anzi, soprattutto) quello che non serve. E la gente in fila alla cassa ha fretta, deve andare, deve correre... Quando torno mi succede sempre così, non mi abituo, di notte sogno gente nera sorridente, semplice e senza fretta. Sogno il sole e il bush. Mi risuona in testa la voce di Joseph che mi dava gli appuntamenti e poi arrivava 3 ore dopo. "Pole Pole, that's Africa...". Non mi sento a casa mia. Domani mollo tutto e torno giù..........!