VERSO FOUR TREES
Circolare in auto per Mombasa e dintorni può essere noioso oppure avventuroso, dipende da come si affronta la cosa.
Tito ha la mia stessa età, solo un mese più giovane e fa il taxista. L'ho chiamato perchè già altre volte mi ha portato in giro ed ho potuto verificare che guida bene ed è prudente. A dire il vero la prima uscita non è iniziata proprio bene, per accendere l'auto doveva armeggiare con un cacciavite nel cofano perchè la chiave sul cruscotto non chiudeva il contatto elettrico, poi dopo 500 metri - subito prima di un posto di blocco - buchiamo un pneumatico.
Bisogna sostituirlo e, mentre lui allenta i bulloni, noto che c'è un taglio di 15 centimetri e la gomma è liscia come il fondo di una padella antiaderente. Mi chiede se prendo la ruota di scorta dal baule. Appena la vedo mi accorgo che è in condizioni peggiori di quella bucata! Alzo gli occhi al cielo e mi ripeto la solita frasetta: pazienza, that's Africa... Ripartiamo e 10 metri dopo il poliziotto che non ha potuto fare a meno di notare le nostre operazioni alza la paletta e mitra alla mano ci ferma per un controllo. Cinque minuti di controlli e discussione tra Tito e il poliziotto, sembrano quasi arrabbiati, parlano molto concitati ma alla fine si mettono a ridere entrambi e il poliziotto ci lascia andare senza pagare nulla. Gli chiedo se c'erano problemi e ridendo mi dice che stavano parlando di calcio, per l'esattezza del campionato tedesco!
Oggi voglio recarmi a Four Trees, periferia ovest di Mombasa per salutare Joseph prima di partire. Ormai la strada la conosco ma ogni volta che la percorro non riesco ad evitare di pensare che le piste di Tsavo o del Masai Mara sono più confortevoli e meno coreografiche.
Prima cosa che deve imparare uno che vuole guidare a Mombasa: odia i matatu con tutte le tue forze e indirizza tutte le imprecazioni conosciute contro di loro. Cosa sono i matatu? Per dirla in swahili "matatu matata" (matatu problemi), per dirla in italiano i matatu sono minibus da nove posti in cui vengono abilmente caricate fino a quindici persone paganti, alcuni arrivano a carichi superiori se il passeggero accetta di rimanere appeso all'esterno. Questi pirati della strada guidano come pazzi per fare più tragitti possibile durante la giornata, si fermano in mezzo alla strada per scaricare e caricare i passeggeri e ripartono senza guardare chi arriva. A volte arrivano in tre o quattro alla stessa fermata e si contendono l'unico passeggero in attesa. L'ingorgo è inevitabile, nascono discussioni tra i guidatori che se ne fregano del traffico che stanno bloccando. Alla fine ripartono tutti come se fossero ad un gran premio di formula uno. Alcuni matatu sono in pessime condizioni, altri sono quasi nuovi ma la caratteristica comune è che sono giapponesi e coloratissimi.
Seconda cosa: generalmente si tiene la sinistra ma la cosa è subordinata a tanti fattori. Il fatto che il guidatore stia effettivamente guardando la strada, una voglia momentanea di guidare a destra per motivi inspiegabili, buche ai lati della strada, capre sulla carreggiata, pedoni invadenti, matatu che caricano passeggeri, necessità di voltare a destra (la manovra inizia trecento metri prima) e tante altre cose misteriose che spingono il buon autista africano a non tenere la sinistra. Quindi è più giusto affermare che qui si guida a cavallo della riga di mezzeria salvo riportarsi a sinistra per evitare un frontale.
Terza cosa: l'autista è il padrone assoluto della strada, tutti gli altri sono un optional. Che si tratti di pedoni o di camion la strada è mia e di nessun altro, quindi quando arrivo io tutti si devono spostare e se non lo fanno devo suonare il clakson con tutta l'energia di cui dispongo e fino a quando non riesco ad oltrepassare l'ostacolo non smetto. Unica eccezione il posto di blocco della polizia. Quelli sparano, è meglio non irritarli.
Quarta cosa: donna al volante pericolo costante? No! Assolutamente! Qui le donne sono molto più corrette e prudenti degli uomini.
Oltrepassato il tanfo di Bombolulu entriamo a Mombasa che oggi, a causa delle feste sia cristiane che musulmane, è stranamente tranquilla. Non c'è il solito traffico caotico, si circola bene. Attraversiamo il ponte di Nyali, ci dirigiamo verso l'aeroporto e subito prima dell'ingresso giriamo a sinistra. La strada non è più asfaltata, inizia uno sterrato da safari. Buche, pozze d'acqua, capre e mucche si alternano a enormi camion scalcinati e puzzolenti di gasolio, bambini in giro da soli a rimediare qualche cosa, un mercatino fatto di baracche malandate in cui si vende di tutto e in cui ogni tanto di scorge qualche artigiano che lavora il legno in maniera invidiabile. Uno sta facendo un letto interamente a mano. Un altro sta facendo una sedia impagliata. Subito dopo una baracca di nove metri quadrati con una scritta pretenziosa: "Hollywood Saloon, specialità culinarie americane". Certo che la fantasia non ha limiti, ma almeno la musica che ne esce è country. Più oltre un'altra perla di fantasia. Un'altra baracca più piccola con l'insegna "guest house"! Sono stupefatto! Quella cosa sarebbe un albergo??
Proseguiamo e d'un tratto un coro di bambini esce da un edificio azzurro e molto curato e ordinato. E' un asilo e di fianco c'è una chiesina bianca che spicca in mezzo al verde della vegetazione circostante e al marrone del fango della strada.
Le buche sono notevoli, davanti a noi c'è un land rover che affronta con molta prudenza una pozza di fango. Ci fermiamo per valutare e notiamo che l'acqua è profonda, arriva alle porte del fuoristrada. Non avendo una macchina simile ma una normale berlina Tito è costretto a tornare indietro e prendere una strada laterale. E' impossibile andare diritti, le buche e l'acqua ci costringono a procedere a zig zag. La cosa che mi rende molto perplesso è che questa è l'unica strada che conduce al Four Trees Hospital. Ma se un'ambulanza deve portare un paziente urgentemente?
Ogni tanto vedo qualche negozio estremamente curato che decisamente stona con tutto il contorno. Sono i negozi degli indiani che qui hanno preso possesso delle attività commerciali più redditizie sottraendole agli africani. Oro, gioielli, librerie, seta, elettronica. Tutto in mano alla mafia indiana. Sono ricchi e non hanno nemici, pagano chi di dovere e circolano in mercedes.
Un'altra buca con degli operai al lavoro che, immersi nel fango fino alle ginocchia, collocano delle pietre sul fondo per ripianare la strada. Ma tanto domani mattina pioverà ancora e la pioggia si porterà via il fango circostante facendo rotolare le pietre altrove. E quando a mezzogiorno tornerà il sole e il fango si seccherà ci saranno tante pietre sparse qua e la ad attendere un pneumatico da bucare.
Dopo mezz'ora di rally arriviamo quasi al termine della via lunga tre chilometri e impegnativa come un safari. Fa caldo, il paesaggio non è un gran che, ci sono tante contraddizioni, tante cose da sistemare ma questa è l'Africa e non riesco a starne lontano per molto!
JOSEPH
La strada me la ricordo a stento ma il nome della zona di Mombasa in cui vive e lavora Joseph Murage non me lo ricordo proprio. Ci sono stato l'anno scorso in bus, l'unica cosa di cui sono sicuro è che sulla strada che conduce dal centro di Mombasa verso l'aeroporto ad un certo punto bisogna girare a sinistra e la strada diventa sterrata. C'è un chiosco e subito dopo la casa di Joseph. Ma qui strade sterrate che girano a sinistra e case come la sua ce ne sono a migliaia.
Dopo aver girato per quasi due ore con 37 gradi, sta per giungere mezzogiorno e il mio conducente accosta e si ferma per farmi ripetere per l'ennesima volta tutti i dettagli che mi ricordo per tentare di identificare il luogo: allora, c'era un deposito di containers con un muro irto di vetri, poi una serie di baracche sul lato destro adibite a mercatino, quindi sempre sulla destra uno che ripara biciclette poi un chiosco e un pò rientrata la casa di Joseph.
Mentre parlo e gesticolo noto un chiosco sulla sinistra e inizio a sospettare che forse stavamo percorrendo la strada nella direzione opposta rispetto a quella che mi aspettavo. Guardo meglio e… incredibile! Ci siamo fermati proprio davanti a casa sua senza saperlo! Beh, in fondo oggi è Natale, forse doveva proprio capitare che ci trovassimo oggi!
Sulla porta una donna sta seduta all'ombra tenendo in braccio un bambino, scendo dall'auto e mi dirigo verso di lei. E' molto improbabile trovare un bianco da queste parti, anzi, sono almeno dieci km. che non ne vedo più uno ed anche la donna è un po' sorpresa. Saluto in swahili e chiedo se questa è la casa di Joseph, per tutta risposta mi risponde karibu (benvenuto) e mi fa cenno di entrare. L'interno della casa lo conosco già ma rivedendolo mi si stringe nuovamente il cuore. Varcata la soglia entro in un minuscolo cortile a cielo aperto largo tre metri e lungo non più di cinque. Sul lato sinistro corrono tre fili per stendere i panni lavati e noto che sono tutti macchiati e strappati qua e là. Mi domando dove vanno a lavarli che qui non c'è acqua corrente, probabilmente raccolgono quella piovana e la usano ripetutamente per lavare.
Sul lato destro ci sono i servizi igienici che di igienico non hanno proprio nulla: si tratta di un buco nel pavimento da quale esce un canaletto che attraversa il cortile ed esce all'esterno attraverso un buco nel muro. Quando uno utilizza questo servizio versa un secchio d'acqua non più utilizzabile altrimenti e il tutto se ne va attraverso il canaletto verso il retro della casa. L'unica cosa che rimane è un odore tremendo e un nugolo di mosche.
Vedo Joseph che si affaccia dal suo buio laboratorio in fondo al cortile, fa fatica a riconoscermi per via del sole, si fa schermo con il dorso della mano e poi mi sorride. Gli sorrido anche io ma poi il mio sorriso svanisce constatando le sue condizioni fisiche. E' messo proprio male, probabilmente mangia una volta al giorno, ha le mani e gli avambracci tutti sporchi di colore e dalla camicia aperta vedo sul suo petto i morsi delle pulci e delle zanzare. Solo gli occhi mantengono lo sguardo fiero dei kikuyu, una delle tante tribù del Kenya, che spiccano luccicanti sul suo viso nero come cioccolato fondente.
Mi saluta e mi porge il pugno chiuso, mi ricordo l'usanza e a mia volta chiudo il mio facendolo scontrare due volte sopra e sotto al suo poi ci salutiamo all'europea, mi stringe la mano lasciandomi tutte le impronte del colore. Sulla porta del suo laboratorio noto una scritta "may God bless the work of my hands". E probabilmente Dio benedice il lavoro delle sue mani perché gli ha donato un'abilità nel disegno che fa di lui un anonimo e sfortunato artista. Joseph crea i batik che gli europei acquistano al mercatino di Malindi trattando vergognosamente il prezzo e poi li appendono sulla parete del salotto senza sapere nulla delle mani che li hanno creati. Uno di questi ignoti artisti è lui, Joseph Murage che ho conosciuto per caso sulla spiaggia a nord di Mombasa e mi invitò a casa sua per farmi vedere come nascono i suoi batik.
E rieccomi dopo un anno ancora da lui. Mi dice che mi trova un po' ingrassato, ed io che gli rispondo? Che lo trovo dimagrito e malmesso? Gli chiedo invece come va il suo lavoro mentre entro nel suo sgabuzzino-laboratorio di due metri per tre con l'unico privilegio di avere due finestrini da cui filtra una piacevole aria fresca. Mentre mi risponde noto che di pronto c'è poco, i barattoli dei colori sono semivuoti e il ragazzo che lo aiutava non c'è più. La conferma me la da lui stesso, mi dice che non è un periodo propizio, i turisti preferiscono comperare le statuette di animali sulla spiaggia credendo che si tratti di ebano invece non sanno che è legno affumicato e annerito, le fanno a Nairobi e hanno costi talmente ridicoli che non gli lasciano tante possibilità di concorrenza. E' sempre così, quando il turista è a casa propria seduto sul divano e guarda alla televisione il servizio sulla guerra in Rwanda oppure l'inondazione in Mozambico o la siccità in Sudan dice "povera gente!" poi quando si tratta di comperare qualche cosa che costa 500 scellini (15.000 lire) cerca di tirare il prezzo fino a 200 (6.000 lire). Non dico che non si debba trattare, certamente il prezzo iniziale è maggiore di quello reale, ma non dimentichiamoci che sono cifre che per noi sono ridicole mentre per loro sono giorni in più di sopravvivenza. Un esempio? Il salario di un impiegato mi pare che si aggiri sulle 150.000 lire mensili (5.000 scellini) il che vuol dire che con 165 scellini al giorno uno è in grado di mantenersi magari con moglie a carico. Quelli che vendono i prodotti artigianali non hanno uno stipendio fisso quindi 100 scellini (3.000 lire) rappresentano un giorno di sicurezza mentre per noi rappresentano meno di un pacchetto di sigarette!
Chiedo a Joseph se può prepararmi qualche batik da riportare in Italia e mi da appuntamento dopo qualche giorno per la consegna. Gli lascio alcuni regali che ho portato per lui quindi ci salutiamo.
Il giorno stabilito chiamo lo stesso taxista che ormai conosce la strada. Nel frattempo ho parlato di Joseph e delle sue opere ad alcune persone che vengono volentieri con me per conoscerlo e comperare qualche cosa. Nel giro di tre giorni Joseph ha compiuto un ottimo lavoro, il suo laboratorio è pieno di batik colorati che rallegrano l'ambiente. Le persone che ho portato con me sono entusiaste anche se al momento di entrare a casa sua sono state un po' schizzinose. Ma è meglio, devono vedere come si vive qui, fin che se ne stanno ai bordi della piscina e vedono la realtà solo attraverso i finestrini del taxi non possono dire di essere stati in Africa. Bisogna scendere e andare a piedi, toccare i muri delle case, stringere la mano alla gente, sedersi su un muretto e osservare quello che succede. Molti mi chiedono se sono matto a mangiare in una trattoria africana, hanno schifo e paura delle malattie o di essere rapinati. Joseph, dopo la trattativa, propone da bere e noto gli sguardi imbarazzati degli altri. Io accetto e andiamo tutti al chiosco vicino. Prendiamo coca cola controllando che sia ben tappata. Va bene fidarsi, ma le regole elementari per evitare brutte sorprese bisogna seguirle. Beviamo e ci diamo appuntamento al prossimo anno. Saluto Joseph con un po' di nostalgia, chissà se lo ritroverò, chissà se Dio continuerà a benedire il lavoro delle sue mani e a dargli un po' di fortuna, chissà...
A TAVOLA
Devo ammetterlo, la cucina africana non mi fa impazzire, ma per un piatto di samosas farei qualsiasi cosa!
Entriamo nella trattoria che a prima vista sembra uno di quei vecchi ambulatori con i muri mezzi grigi e i le piattine della corrente elettrica che corrono su ogni spigolo. Il profumo che proviene dalla cucina è stranissimo, non è come in una cucina europea dove si riescono a distinguere i vari profumi, è una sensazione più avvolgente, tangibile, quasi fastidiosa, ma solo durante i primi minuti.
Nel locale ci sono solo africani e mi guardano proprio come noi guardavamo un africano sull'autobus molti anni fa quando da noi non ce n'erano. Mi sento un po' al centro dell'attenzione ma, siccome sono accompagnato da uno di loro, poco dopo nessuno fa più caso al mzungu sina nywele (straniero senza capelli) e continuano a mangiare.
La prima cosa che mi salta all'occhio è che le porzioni sono veramente generose. La donna che serve ai tavoli sembra uscita da un film americano degli anni trenta: grassa, foulard sui capelli, viso sorridente e voce proporzionata alla mole. Passa un po' di tempo prima che ci chieda cosa vogliamo e nel frattempo cerco di farmi un'idea. Vedo che le pietanze sono molto varie e indecifrabili ma purtroppo tutte comprendono un bel contorno di verdura che a me non piace per definizione. Alla fine arriva parlando swahili. Siccome le mie conoscenze di tale lingua sono limitate solo alle frasi di sopravvivenza non capisco un accidente di quello che propone. Quando poi me lo ripete in inglese l'effetto non cambia infatti il nome del piatto non lo traduce. Interviene il mio ospite che con qualche difficoltà (sono carente anche riguardo ai nomi delle pietanze in inglese…) tenta di spiegarmi qualche cosa quindi alla fine decido di prendere quello che prende lui.
Nell'attesa continuo a guardarmi intorno con aria vagamente distratta per non infastidire i commensali e noto la diversità delle persone sedute. Un vecchio dall'età indefinita se ne sta solo in un angolo ad un tavolino mangiando la sua pietanza con evidente soddisfazione. Ha pochi denti ma bianchi come l'avorio, la rada barba bianca incornicia un volto incartapecorito, ogni tanto si guarda in giro e scacciando qualche mosca pronuncia qualche parola che sembrano imprecazioni contro i fastidiosi insetti. Al tavolo vicino un tipo sulla quarantina con occhiali e cravatta tiene la forchetta con una mano e il telefonino con l'altra, parla in continuazione e sembra che dia delle direttive al suo interlocutore. Mangia distrattamente quello che sembra un piatto di pollo.
Più in là una donna con un bambino in braccio e uno più grande seduto di fianco a lei. E' vestita con un lungo abito africano dai colori sgargianti in cui prevale il giallo. La sua pettinatura è molto elaborata e curata, anche la pelle del viso è molto curata e giovanile, grossi orecchini d'oro le pendono dai lobi delle orecchie e sul collo porta una collana d'oro che risplende enfatizzata dallo sfondo scuro della sua pelle, ogni dito delle sue mani è ornato da un anello d'oro e le unghie sono lunghe e molto curate. Quando il bambino piccolo inizia a protestare con estrema naturalezza inizia ad allattarlo mentre lei continua a gustare un enorme kebab.
Tutto il locale è immerso in un'oziosa penombra rotta solamente dai raggi del sole filtrati dalle foglie degli alberi.
Ed ecco che la donna avanza tra i tavolini portandoci due piatti molto forniti. Prima di mangiare cerco di studiare la pietanza: c'è della carne con un po' di sugo, una specie di polenta verdastra, un altro impasto simile ma bianco e della verdura. Ora si tratta di assaggiare, per prudenza non uso le posate ma decido di mangiare con le mani alla maniera africana, non ho potuto verificare le condizioni del piatto ma... di qualcosa bisogna pur morire... speriamo non sia di gastroenterite o di tifo.
La carne è ottima, mi sembra pollo o comunque qualcosa di volatile, la verdura non la tocco nemmeno in Italia, figuriamoci in Africa. Poi chiedo lumi sulla composizione verdastra. Assaggio e sento una consistenza quasi sabbiosa, non che il gusto sia malaccio ma proprio non mi va giù. Bevo a ripetizione ma il boccone rimane a metà strada. Non mi ricordo il nome ma in sostanza è una specie di purè fatto con le banane verdi che crescono lì. Sono più piccole di quelle brasiliane, circa la metà e sono più pastose. Mangiate fresche sono piacevoli, ma loro le utilizzano come noi utilizziamo le patate. Le schiacciano e le usano come contorno per la carne. Non riesco ad andare oltre al primo boccone, quindi proseguo con la carne mentre guardo con sospetto l'altro impasto bianco.
Alla fine decido di assaggiarlo. E' insipido ma mi ricorda qualcosa di nostrano. Ma sì! E' polenta! Assolutamente priva di sale ma è polenta. Polenta di mais. Consumata da sola non dice proprio nulla, ma accompagnata con la carne è veramente ottima. Bevo la mia birra e poi cambiamo locale per assaggiare altre cose. In fondo oggi la giornata è dedicata agli assaggi.
Cambiamo totalmente genere e, nel centro di Mombasa andiamo al Blue Room che è un self service di concezione europea ma con cucina araba ed africana. Qui l'età media dei clienti è sui trent'anni, forse meno, l'ambiente è allegro. Preso il vassoio inizio ad ispezionare i piatti esposti tutti con l'etichetta in inglese e swahili. Ad un tratto la mia attenzione viene attirata da un nome in particolare: inglese "samosas", swahili "samosas".
Il nome all'inizio non mi dice nulla ma quei triangolini di pasta sfoglia mi ricordano qualche cosa di molto buono! In effetti sono loro, le ho già mangiate altre volte ma non mi era rimasto impresso il nome. Ingredienti: carne di vitello e di maiale cotta e tritata unita a cipolla sminuzzata e spezie di vario tipo. Il tutto avvolto in fagottini di pasta sfoglia a forma triangolare e immersi pochi secondi nell'olio bollente. Si mangiano conditi con limone verde e una salsina al peperoncino molto piccante.
Una vera delizia!
Ne prendo sette!
Ne esiste una versione con il ripieno di verdura invece che di carne ma lo lascio agli estimatori del genere. Gusto con tale soddisfazione le samosas che tutto il resto del pranzo passa in secondo piano: kebab, carne arrotolata con verdure tritate all'interno, chapati ossia pane non lievitato tipo quello sardo e deliziose crocchette di carne di montone lievemente fritte da mangiare annaffiate col limone verde, una specie di salsicciotto tagliato a rotelle e cosparso con una salsa talmente piccante da far lacrimare gli occhi e per finire moltissima frutta!
Ora il problema è alzarsi e riprendere il cammino!
COIFFEUR POUR DAMES
Lina mi porta anche oggi a Mombasa per vedere qualche cosa di nuovo e per trovare alcuni amici. Verso mezzogiorno mi guarda e mi chiede se l'accompagno dal parrucchiere per "rifarsi i capelli". La prima risposta che mi viene in mente è "vacci tu che io prendo un taxi e torno indietro" ma non mi sembra molto carino quindi mi limito a chiederle quanto tempo ci vuole. Quando sento "un paio d'ore" la prima risposta si fa sempre più insistente ma l'affermazione successiva mi incuriosisce molto "devo allungarmi i capelli"!
Ma come! Si possono allungare i capelli? La cosa mi incuriosisce e decido di approfondire l'argomento. Sapevo dell'applicazione di capelli finti ma non avevo mai assistito all'operazione.
Prima cosa procurarsi i capelli necessari. Mi porta quindi in un negozio in cui, con una certa impressione vedo un cartello "capelli umani". Ce ne sono proprio di tutti i tipi e colori. Sceglie, dopo un attentissimo esame di venti minuti, dei capelli scuri con tenui riflessi ramati. L'approvazione entusiasta della commessa accelera la decisione, ora bisogna trovare chi li applica. Altro consulto con la commessa che, telefonino alla mano, chiama chi di dovere. Si presenta una ragazza che ci accompagna nel suo salone.
Più che un salone di bellezza dovrei dire una saletta, infatti il tutto è situato al secondo piano di un edificio nella parte vecchia di Mombasa e occupa un locale di quattro metri per quattro. Però nel retro vedo un banco col registratore di cassa, computer, telefono, fax e due cellulari in ricarica.
Entriamo e mi fanno accomodare su una poltroncina mentre Lina si siede davanti ad uno specchio. All'interno ci sono due altre ragazze, una è libera, l'altra sta facendo delle treccine ad una bambina che, a giudicare dall'espressione annoiata, deve aver iniziato almeno due o tre ore prima.
Dopo una dettagliata spiegazione, tutta in swahili ma troppo ovvia per via dei gesti, Lina riesce ad illustrare come desidera il risultato finale e la ragazza inizia un capolavoro di manualità che mi lascia a bocca aperta per ben un'ora e mezza. Con abilità incredibile e spesso senza nemmeno guardare, la ragazza intreccia i capelli di Lina con quelli finti per farne delle treccine parallele aderenti al cuoio capelluto. Intanto la bambina terminato il lavoro cede il posto ad un'altra signora che inizia la piega.
E qui scoppia la sindrome da parrucchiere. Italiane, africane o americane che siano le donne dal parrucchiere non si conoscono ma parlano, parlano e parlano. Parlano in swahili non so di che argomento ma parlano. Sono in sei e parlano e sghignazzano incessantemente come vecchie amiche. Intanto la parrucchiera, terminate le treccine parallele fatte quasi interamente senza guardare inizia a cucire usando un filo fatto anch'esso da capelli intrecciati i nuovi capelli sulla base delle treccine, a poco a poco la nuova capigliatura prende forma.
Terminata la cucitura un taglio veloce per dare la forma giusta e il risultato è incredibile. Non si nota nulla! Sembrano capelli veri! Anzi, sono capelli veri ma di un'altra persona! Lina si guarda allo specchio soddisfatta ed io la guardo stupito. Durata dell'operazione 1 ora e 30 minuti, costo 900 scellini cioè 27.000 lire, durata nel tempo dei capelli finti 4 mesi almeno!
Però alla fine mi devo togliere una curiosità. Le chiedo se per favore mi lascia passare una mano fra i suoi nuovi capelli. Lei ride e mi accontenta. Beh, il fatto di sentire le cuciture tra le dita non è proprio molto sensuale....
LIKONI
L'isola su cui sorge Mombasa è separata dalla terraferma da un braccio di mare largo poco più di 500 metri che la circonda come un anello. Per raggiungere il continente ci sono il ponte di Nyali verso nord, il ponte che conduce all'aeroporto di cui non ricordo il nome verso ovest e l'inferno di Likoni verso sud sulla strada che conduce in Tanzania (e che, per chi si ricorda, passa per Ukunda).
A Likoni non è possibile costruire un ponte dal momento che per quel canale ci debbono passare le navi mercantili per attraccare al porto. Un ipotetico ponte dovrebbe essere molto alto, come il golden gate di S.Francisco, ma qui non ci sono colline abbastanza alte e poi le rive e il fondale sono sabbiosi, quindi l'unico mezzo per attraversare il canale è il traghetto.
Likoni è un inferno sotto ogni aspetto. Per prima cosa il traghetto. Essendo l'unico sfogo per uscire dall'isola in direzione sud, ogni sera alle sei, che piova o ci siano 40 gradi, si forma una fila smisurata di persone a piedi in attesa di trasbordare. Sono in fila per dieci e la coda raggiunge i duecento metri. Li ho fotografati e non si riesce a vedere dove finisce questo serpentone di gente. Sembra una di quelle processioni interminabili che si vedono in occasione delle feste musulmane o indiane, oppure quando il Papa si affaccia al Vaticano. Ogni giorno coda al mattino per entrare a Mombasa ed ogni sera coda per uscirne. La traversata dura meno di due minuti perchè la riva opposta è a meno di duecento metri ma gli ultimi arrivati possono attendere in quelle condizioni anche per due ore perchè il traghetto parte ogni venti minuti. In compenso costa 120 lire.
Likoni è un inferno per le condizioni in cui vive la gente. Al suo confronto il bronx è un tranquillo quartiere residenziale. Qui si nasce, si vive, si dorme e si muore per strada, Il tasso di criminalità è talmente alto che perfino gli africani che abitano negli altri quartieri ci passano malvolentieri e solo se obbligati. L'età media è molto bassa, nell'immenso mercato che c'è sulla riva continentale sono tutti ragazzini pronti a derubare gli incauti automobilisti in coda che tengono i finestrini aperti. Nemmeno l'acqua è un luogo tranquillo a Likoni, al seguito delle navi, infatti, penetrano frequentemente nel canale gli squali. Entrare in acqua è vietatissimo. Far sparire qualcuno è facilissimo.
Eppure in questo inferno una persona lotta quotidianamente per tentare di migliorare la situazione. E' il parroco di Likoni, un prete italiano che da tempo opera in quel campo di battaglia rischiando ogni giorno la propria incolumità e che neanche questa volta sono riuscito a localizzare. Il suo impegno è quello di riuscire a gestire al meglio una scuola che poco per volta si dovrà ingrandire e che ogni anno toglie dalla strada diverse decine di giovani fornendo loro istruzione e preparazione per un futuro lavoro. E' una goccia nel mare ma, come diceva non mi ricordo chi, se non ci fosse mancherebbe.