La mia vita è stata punteggiata da vari incontri con curiosi individui che mi hanno detto cose banali ma che talvolta sono tornate utili.
Molti anni fa, quando Il Cairo non arrivava ancora a sfiorare le piramidi, ricordo di aver conosciuto uno stravagante tipo inglese - non ho mai conosciuto tipi inglesi che non fossero stravaganti - che voleva a tutti i costi istruirmi circa le imprese coloniali britanniche. Dopo aver elencato i protagonisti - per lo più colonnelli ma anche qualche maggiore oltre naturalmente al generale Montgomery - di svariate avventure indiane, africane e nordamericane, per non fargli capire che della cosa non me ne poteva fregare di meno, feci distrattamente un'osservazione:
"certo che marciavano tanto i soldati inglesi"
"Naturalmente! Non saremmo giunti in ogni angolo del pianeta. Ma il segreto, se vuoi marciare tanto, è di sentire le cornamuse!"
"Ehhh??? Le cornamuse?"
"Appunto! Proprio le cornamuse. E' questione di ritmo e regolarità. Per mantenere il ritmo immagina di sentire le cornamuse che suonano mentre i tamburi scandiscono il ritmo della marcia."
Quest'anno non ho potuto fare nessun viaggio per i motivi che ho spiegato quando mi sono assentato dal niusgrup, quindi mi sono immerso nella lettura di resoconti di viaggio di famosi personaggi. Uno addirittura si è fatto mezza Italia in bicicletta sotto il sole d'agosto. Un altro ha attraversato l'Iran metà in bus e metà in cammello. Un altro ancora è stato un mese ad Hong Kong girandola in lungo e in largo con una ragazza francese che viveva lì. Uno poi girava di notte per la savana del Kenya ed un altro vagava con due amici beduini nel deserto del Sinai col dromedario dormendo sotto le stelle.
Poi alla fine mi sono imbattuto in una vecchissima foto di mio zio che durante la guerra - quella del 15-18 - si faceva 35 km a piedi al mattino presto per recarsi al mercato in città e altri 35 il pomeriggio per tornare in paese almeno 2 volte la settimana e mi sono chiesto se anche io ne sarei stato capace. Dopotutto, nei miei viaggi, sono giunto in una sessantina tra stazioni e aeroporti diversi ma non posso dire di essermi spostato esclusivamente con le mie forze ad eccezione del noto tour Como-Abruzzo in bici.
Quindi mi sono deciso e una bella domenica di luglio ho dato luogo al tentativo. Per non fallire subito, onestamente 70 km in una giornata erano impossibili, mi sono fatto portare a Como dal bus di linea per poi tornare a casa a piedi: totale, per l'appunto,35 km.
Ora non mi sembra il caso di documentare ogni passo percorso e quindi mi limito alle riflessioni principali.
Viaggiare a piedi è sempre stata l'occupazione del pellegrino e del viandante in genere. Si camminava e si è sempre camminato a piedi perchè era il modo più ovvio per raggiungere altri luoghi, poi, con l'avvento della tecnologia si è rapidamente persa l'abitudine di farlo e il pensiero di camminare per un km ci spaventa e non ci si rende conto che invece le nostre possibilità sono notevoli.
Dopo un'ora dalla partenza mi trovo già a sei km di distanza e guardandomi indietro mi stupisco sempre più non tanto per la strada percorsa quanto per il fatto che il pensiero di dover fare 10 km viene escluso in partenza ma in realtà farli davvero è una cosa molto semplice.
Dopo due ore e 12 km all'attivo percorsi con passo rigorosamente ritmico affiora il ricordo della teoria delle cornamuse e anche un motivetto scozzese - suonato proprio con le bag pipes - che si adatta alla perfezione al ritmo del mio passo. Mi torna in mente che quel tipo inglese che avevo considerato ormai fuso dal rovente sole egiziano mentre farneticava di marce forzate nel deserto sudanese al suono delle cornamuse forse non aveva torto.
Dopo tre ore e circa 18 km non sento un filo di stanchezza e le gambe reggono bene, comunque mi concedo una brevissima pausa per un pò di stretching e poi riprendo il cammino e involontariamente nella mente riprende il ritmo del tamburo e il motivetto delle cornamuse.
Camminando si vedono le cose, guidando l'auto invece no.
Camminando si vive la strada, guidando invece mentre la si percorre è già passata.
Camminando non si pensa a nulla e ci si rilassa, guidando si è sempre in ritardo e ci si stressa.
Camminando al margine della strada si trovano le cose più disparate che la gente elimina disinvoltamente gettandole dal finestrino.
Ecco un campionario degli oggetti più curiosi:
una pentola a pressione, scarpe di vario genere per lo più spaiate, reggiseno apparentemente nuovo e duecento metri dopo mutandine uguali (chi potrà mai rivelare che storia c'è dietro), calze, guanti, cassetta di Mino Reitano, un volante, una confezione di insalata del supermercato ancora sigillata, specchietti retrovisori esterni destri, portiera di citroen 2 cavalli azzurra e più in la anche il paraurti, sella di scooter, sedia a dondolo impagliata, sedia sdraio, rotoli di tappezzeria anni 70, moneta da due euro (che raccolgo prontamente).
Insomma una specie di mercato delle pulci allestito dalla civiltà dei conducenti e favorito dalla solerzia dei netturbini opss..ehm... volevo dire operatori ecologici.
Ovviamente lungo la strada incontro anche i luoghi appositi destinati al deposito dei rifiuti ingombranti nei pressi dei cassonetti e delle campane verdi del vetro ma, chissà come mai, la gente predilige un bel boschetto di faggi per disfarsi delle bottiglie di vetro, della tazza del water e dell'armadietto della cucina. La cosa che sfugge alla mia comprensione è come mai quella gente preferisce far fatica per trasportare i suddetti rifiuti ingombranti e pesanti fino al grazioso boschetto quando la discarica è comoda, vicina e gratuita... camminando si osserva il mondo e si diventa filosofi!
Il mio cammino a tratti ripercorre l'antica via regina fatta costruire dalla regina longobarda Teodolinda sulle tracce dell'ancor più antica via regia che collegava Milano a Como e, costeggiando la riva occidentale del Lario, si inerpicava sul passo alpino dello Spluga e di la proseguiva poi alla volta dell'Europa del nord.
Mi fermo presso la minuscola chiesetta di S. Vittore dalla veneranda età di 1500 anni e il cui scopo, oltre a quello ovvio di luogo di culto, era quello di ospizio e ricovero per i viandanti. Ora, mentre mi concedo un'altra breve pausa, rifletto sul fatto che il mestiere del viandante è rischioso ora come mille anni fa. Allora lungo il sentiero potevi trovare un brigante assassino o un lupo famelico o esser morso da una vipera oppure cadere in un dirupo. Ora puoi essere urtato da una moto, stirato da una macchina, spiaccicato da un camion, stritolato dai bus carichi di turisti tedeschi che viaggiano a sei centimetri dal muretto e in ogni caso insultato da tutti gli altri utenti della strada a cui dai un enorme fastidio. Il pedone sta alla base della catena alimentare stradale, è facile preda di tutti e non ha mezzi per difendersi specialmente quando ci sono tratti di nove km senza l'ombra di un marciapiede. Mi prendo un'effimera rivincita quando, a causa di un incidente, trovo tutti in coda rassegnati e col motore spento mentre io non mi fermo davanti a nulla. In questa situazione Panda e Maserati non sono altro che inutili assemblati di metallo, materie sintetiche e polimeri che intralciano l'istinto naturale dell'uomo di spostarsi in continuazione da un punto all'altro. Io invece, ora invidiato da tutti, vado avanti e, dopo quattro ore ho percorso ventidue km. Ho notato che la velocità di crociera è scesa da sei a cinque km l'ora ma mi sono anche accorto che da un pò avevo cambiato il motivetto che mi faceva da metronomo mentale da quello scozzese a una danza irlandese con fiddle e, ovviamente, cornamusa dal ritmo lievemente più lento e ciò ha influenzato la mia marcia ma al momento mi va bene così, comincio a sentire i km nelle caviglie.
Altra breve sosta in un altro luogo millenario allo scadere della quinta ora al km 27 proprio davanti all'isola Comacina. La chiesetta di S. Giacomo dal curioso campanile a vela è aperta al pubblico in via del tutto eccezionale. Non accadeva da decenni. L'interno è uno splendore di semplicità medievale, le stesse pietre posate nel millecento quando i problemi quotidiani erano di riuscire a sopravvivere fino alla fine del mese e di imprecare all'osteria contro il signorotto locale che prometteva al popolo meno tasse "non appena ce ne sarà la possibilità, intanto pagate e statevene buoni" mentre i problemi mondiali erano di partire alla volta di Gerusalemme, ovviamente a piedi, minacciata dagli infedeli musulmani. Ma guarda... sono passati novecento anni e... vabbè lasciamo perdere! L'interno, dicevo, è soggetto ad un sapiente e lungo restauro per riportare in vita affreschi antichissimi dai colori sgargianti che contrastano col grigio delle pietre dell'altare e con le travi scure del tetto. La chiesetta fu costruita proprio sulla riva rocciosa del lago e si appoggia su grossi pilastri di pietra collegati mediante archi che sostengono l'intero fabbricato. Negli ultimi nove secoli ha retto egregiamente.
Passando per questa zona del lago è naturale vedere molte piante di ulivo. Talmente naturale che chi passa in macchina non ci fa neppure caso ma probabilmente non ne ha mai visto uno da vicino e non sa che in realtà non è per nulla normale che qui ci siano gli ulivi. Sicuramente queste sono questioni di scarso interesse per la gente ma se uno è un pò curioso e si sofferma a guardare la corteccia di certe piante noterà che sono antichissime e discendono delle prime piante greche e liguri portate qui a partire dal 46 A.C. quando, per volere dell'imperatore, sulle rive del lago si stabilì un certo numero di coloni greci. Costoro, oltre a varie altre cose, portarono l'ulivo che trovò un clima ideale specialmente nei pochi km di costa attorno all'isola comacina dove ancora oggi si produce un ottimo olio figlio delle pianticelle greche di 2050 anni fa.
Lascio indietro anche l'isola e intanto il tramonto inizia a colorare di rosa le acque del lago. Sono trascorse sei ore e mi mancano solo due km quando squilla il telefono (il viandante attuale è multimediale). E' Lori che mi avvisa che mi sta aspettando al parco di Tremezzo... due km più in la di quello che avevo previsto! Comunque ormai ho macinato 33 km perchè mai mi dovrebbero preoccupare gli ultimi 4 km? Tramonta il sole e quasi contemporaneamente sorge la luna che getta un manto d'argento sul pelo dell'acqua mentre i monti tutto attorno diventano tante figure violacee e misteriose. dopo sei ore e quaranta minuti arrivo al termine del mio cammino di circa trentasette km. Incredibile! Ce l'ho fatta! E non sono poi così distrutto, pensavo peggio!
Uno dei pericoli dovuti all'eccesso di entusiasmo viene chiamato, dagli esperti del settore, effetto hurrà e si verifica quando uno pensa di essere scampato ad un grave pericolo ed allenta il livello di attenzione e di cautela. In quel momento qualsiasi altra minaccia lo trova privo di difese.
Entusiasta per la riuscita dell'impresa mi siedo con Lori per un meritato gelato e per raccontarle le fasi più interessanti del cammino. Al termine della conversazione decidiamo di rincasare. Mi alzo... no, non mi alzo, non riesco più ad alzarmi, le gambe sono diventate due blocchi di marmo non c'è verso di spostarle di un millimetro. Inizio a massaggiarle e piano piano riprendono un minimo di vitalità ma mi reggo a fatica.
"dove hai la macchina?"
"qui vicino, saranno un centinaio di metri"
cento metri! Ma è ridicolo, non riesco a fare cento metri a piedi!
"Per favore, vieni a prendermi al cancello, è troppo lontana" le chiedo.
Istantaneamente un commento da un tavolino vicino, sussurrato ma dall'effetto di uno sparo nel silenzio notturno:
"SFATICATO!"...